ORGIA DELLA SPESA, VERA ORGIA DEL POTERE

ORGIA DELLA SPESA, VERA ORGIA DEL POTERE

 
di Tonio Tondo
28 ottobre 2018
 
«Se se pol mia, se fa sensa» (Se non si può si fa senza), è il modo di dire a Cremona, dove è nato e cresciuto Carlo Cottarelli, il commissario alla Revisione della spesa – con la maiuscola -, che a ottobre dell’anno scorso gettò la spugna di fronte alle resistenze della politica e della burocrazia. Quel modo di dire, nato nel sobrio mondo contadino e borghese del profondo Nord, è stato il principio ispiratore del tentativo del direttore del Fondo monetario, in gran parte ancora impaludato, di ridurre l’enorme spesa pubblica, 818 miliardi compresi gli interessi.
 

Se oggi Cottarelli fosse ancora al palazzo dell’economia a Roma, sarebbe stato alleato di Renzi nel braccio di ferro con Sergio Chiamparino che rivendica i soldi dello stato non solo per pagare i debiti, ma anche per finanziare parte della spesa corrente della regione Piemonte.
È da 25 anni che a Torino, un tempo capitale della severità del lavoro e dell’uso dei soldi pubblici, si galleggia sui debiti, bilancio per bilancio, disavanzo per disavanzo, fino ai sei miliardi censiti dalla Corte dei conti. In Italia, chi si interessa di riduzione della spesa ha il destino segnato.
Un lungo elenco di nomi eccellenti è stato sacrificato sull’altare degli sprechi. Neanche gli scandali, compreso l’ultimo di Sanremo con le immagini esilaranti e volgari di vigili in mutande e di dipendenti in canoa nelle ore di lavoro, o dell’Anas terreno di scorribande e tangenti di politici, imprese e funzionari onnipotenti, riescono a convincere l’opinione pubblica a sostenere coloro che, molto rari, chiedono il consenso su scelte di risparmio da tramutare in riduzione della tassazione. Il consenso, da noi, si costruisce sulla spesa e sullo scambio di basso livello.
Questo è il destino dei Paesi purtroppo ancora arretrati rispetto alle società del Nord anglo-sassone. Piero Giarda, professore della Cattolica, dovette fermarsi alla redazione di un rapporto sepolto nei cassetti. Enrico Bondi, il risanatore della Parmalat, restò a Roma un anno. Come lo stesso Cottarelli.
Ma c’è una differenza, una novità importante. Cottarelli ha lasciato in circolazione, su siti pubblici e non, documenti e rapporti, slide e proposte operative, che sono utilizzate sempre più da politici e amministratori volenterosi a sostegno di un approccio più rigoroso ai temi della gestione. Questi materiali, frutto del lavoro di 25 gruppi di lavoro “orizzontali” e “verticali”, sono stati poi rielaborati e presentati in modo più agevole e semplice nel libro “La lista della spesa” (Feltrinelli), i cui proventi sono destinati all’Unicef. Un libro necessario per orientarsi non solo nei meandri del bilancio statale, ma anche nell’intreccio, questa la grande novità, tra il processo di formazione della spesa e la politica, cioè i gruppi di pressione che decidono quando e come operare, a favore di chi e con quali strumenti.
Cottarelli ricorda una brutta giornata parlamentare di luglio del 2014. Alla Camera avevano votato decisioni di spesa sui futuri risparmi provenienti dalla Revisione. Ancora i risparmi non si erano realizzati e la politica già li impegnava in altre spese. Solo una classe dirigente irredimibile poteva comportarsi così. “I tagli li faremo anche senza di lui”, disse Renzi quando si era diffusa la voce sulle dimissioni di Cottarelli e sul suo ritorno a Washington. Chiamato da Letta e da Saccomanni, il predecessore di Padoan, il funzionario del Fmi aveva dimostrato in molte occasioni indipendenza di giudizio, autonomia e spirito bipartisan. Nel suo approccio, nessuna area di spesa, dalla previdenza e assistenza che costa 320 miliardi all’amministrazione dello stato con 190 miliardi di spesa, dalle regioni e dalla sanità, quest’ultima con 111 miliardi ai comuni con 61, fino ai costi della politica e alla giungla di 10mila società partecipate, tutte queste aree dovevano essere sottoposte alla Revisione.
La potatura, in modo ragionevole e innovatore, doveva riguardare foreste e boschi, ma anche i frutteti dei poteri costituzionali e del ceto politico. Tre i parametri da rispettare: un rapporto tra spesa pubblica e Pil (la ricchezza prodotta da individui, famiglie e imprese) rispettosa del lavoro e della dimensione dell’economia. Può spendere di più chi ha un’economia più ricca e avanzata.
Continuo confronto con i Paesi più evoluti imparando dalle pratiche migliori, in particolare con gli altri Paesi dell’euro, i nostri primi concorrenti. Sabino Cassese, il decano dei nostri costituzionalisti che non ha timore a fare i conti con la classe politica, ha elogiato Cottarelli e il suo contributo alla comprensione dei meccanismi e del retroterra dello scontro. Con pazienza e semplicità l’ex commissario ci guida nei grandi corridoi di centinaia di palazzi e uffici, spesso vuoti; tra auto blu, 5mila in Italia 90 in Gran Bretagna, parcheggiate o in movimento nel traffico infernale di Roma, da un ministero all’altro o per un convegno; alla ricerca di un compromesso o di un “concerto” giuridico e politico, faticosissimo, il cui raggiungimento può richiedere anni, da una scrivania del capo di gabinetto, proveniente dal consiglio di stato, a quella di un semplice dirigente in attesa di promozione.
E lo fa con garbo e rispetto, senza alzare la voce in modo demagogico o accusatorio. Sembra un atto dovuto, ma rappresenta invece una semina preziosa per un’Italia con un ceto dirigente, escluso alcune eccezioni, smemorato e senza raccordi culturali e istituzionali di qualità. Se la Revisione, o spending review, diventerà, e ce lo auguriamo, il cuore delle politiche di bilancio a qualsiasi livello, dallo stato ai comuni, così come avviene nelle democrazie avanzate; e quando questo avverrà e noi speriamo presto, ecco quel giorno potremo affermare che la cultura civile e politica dell’Italia si sarà allineata alle società più evolute, serie, responsabili e consapevoli del loro compito storico. Cottarelli non divide l’Italia tra Nord e Sud, tra popolazioni efficienti e pigre, tra istituzioni che sprecano e istituzioni virtuose. Torino o Sanremo, Roma o Reggio Calabria, tutto viene scandagliato in modo rigoroso e oggettivo. Nelle stesse amministrazioni convivono dirigenti solerti e fannulloni, impiegati leali e scansafatiche, innovatori e frenatori.
Il conflitto è nelle stesse burocrazie. Il fatto drammatico è che questo conflitto è tutto chiuso nei palazzi dell’amministrazione e della politica, oppure tra alcune procure e le strutture di gestione. Cottarelli sostiene che i risparmi di spesa dovrebbero essere destinati ad alleviare il peso fiscale di quanti hanno contribuito alla salvezza dello stato. Indica una nuova alleanza civile per sostenere la riforma dello stato, passando da un potere esercitato in base a migliaia di pagine di leggi astruse e regolamenti illeggibili, a impegni semplici e trasparenti misurabili e valutabili in base ai risultati operativi, non di mera efficienza razionalistica. Esempio: un dirigente scolastico è bravo se nella sua scuola, gestita con saggezza, i ragazzi migliorano in maniera tangibile la loro performance in matematica, logica e comprensione dei testi. Ma la politica è disunita, teme o peggio non ha interesse a promuovere questa alleanza civile. La maggioranza, forse anche Renzi, è convinta che gli italiani ancora non sono maturi. Che danno il voto a chi promette soldi, un bonus o un contributo, e non a chi si batte per premiare gli standard migliori ed è onesto nel dire: i soldi non ci sono e questa cosa non si può fare.

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